La città di Carloni-Snozzi-Vacchini

La città di Carloni-Snozzi-Vacchini

1969: il piano tipologico di Bellinzona; è il rilievo di tutte le case medievali del Centro Storico, o vecchio borgo. Il primo ad eseguire un piano tipologico fu l’arch. e prof. Saverio Muratori* (1910-1973): Venezia (1959) e Roma (1963), * “Ho dovuto compiere notevolissima fatica per togliermi di dosso i luoghi comuni acquisiti come figlio del giovanile velleitarismo moderno; ho impiegato tutta l’esperienza dai venti ai quarant’anni per individuare i problemi non risolti della cultura attuale; dai quarant’anni in poi, con lo studio del tessuto urbano di Venezia e di Roma, sono giunto a comprendere le leggi della tipicità delle forme urbane e della ciclicità del mondo della città, come quella dell’uomo, ho impiegato altri dieci anni di lavoro sul quesito del territorio, e infine ho affrontato il problema dell’autocoscienza, cioè dell’avventura della civiltà.” * S.MURATORI, Architettura e civiltà in crisi, Centro Studi di Storia Urbanistica, Roma 1962, p.27

Leggere il piano tipologico.

E’ interessante perché s’intuiscono molte cose:

  • Le mura della città, con la collina e la Rocca, danno origine alla forma del nucleo; e disegnano anche l’esterno.
  • Tre Porte, tre strade che formano una Y, all’incrocio la Piazza Nosetto e il Palazzo Municipale
  • Gli assi principali, la via Codeborgo e la via Camminata, successivamente il viale Stazione, corrono nord-sud di modo che le case si affacciano est-ovest e sono protette dal vento da nord. Lo stesso per il vicolo Muggiasca.
  • La via Teatro corre est-ovest ma la Rocca, con Castelgrande, protegge dal vento da nord.
  • Le case sul lato nord della via Teatro si affacciano a sud, ma sono protette dal sole da quelle sul lato sud.
  • Le case sul lato sud della via Teatro si affacciano a nord; a sud il retro che dà sui cortili.
E’ interessante leggere la zona della Cervia, tra via Camminata e la collina:
si capisce che, in origine, c’era l’edificio, principale, con la facciata sulla strada, la via Camminata; dietro, fino alla collina, il giardino con frutteto, orto, ripari per galline, conigli, probabilmente anche maiali e qualche vacca.
Successivamente questi spazi sono stati riempiti con altre costruzioni, secondo logiche patriarcali.

Gli edifici tra via Codeborgo e la collina, prima della costruzione del viale Stazione, avevano sicuramente la stessa logica.

Evidentemente le case ai piedi della Rocca si affacciano rispettivamente su via Codeborgo, via Nosetto, via Teatro e successivamente su Piazza Governo e via Orico, con gli spazi privati verso la Rocca.

Interessante, come suggerito dall’arch. Luigi Snozzi (nel concorso di architettura per la Piazza del Sole), che ai piedi e tutt’attorno alla Rocca si era formato uno zoccolo costituito da edifici abitativi. Altro il luogo per chiese, cappelle, oratori ed edifici pubblici (il Municipio).
La maggior parte dei conventi si sono insediati fuori mura.
Non conosco la storia del convento dei Benedettini la cui chiesa, Santa Maria dello Spasimo (1578) è stata sventrata per organizzare la Galleria dei Benedettini, (1896).

Sei percorsi urbani per conoscere la città

(pubblicato nel catalogo della mostra “La città di Carloni-Snozzi-Vacchini”)

Sono arrivato a Zurigo con la mentalità del ginnasiale; di parlare con i professori neanche l’idea.
Nel laboratorio di modellismo ho imparato che c’erano i lavori degli studenti di Aldo Rossi, quelli degli studenti di Luigi Snozzi e poi quelli di tutti gli altri.
Il professor Kramel, di costruzione, mi ha aperto il cranio e ha fatto pulizia di primavera; e per fortuna c’era l’assistente di architettura, perché il professor Hösli mi voleva bocciare. Alla fine del secondo semestre, un compagno mi ha portato a vedere l’esposizione degli studenti di Luigi Snozzi, per cui l’anno successivo ho seguito tutte le sue lezioni e i lavori dei suoi: progettavano Bellinzona, stravedevo.
È li che ho scoperto il piano tipologico della città – ho ancora un controlucido del piano terra -, e recentemente mi sono messo alla ricerca dei documenti originali; non sapevo che erano stati realizzati nell’ambito dello studio per il Piano di protezione del centro storico di Bellinzona, svolto dagli architetti Carloni, Snozzi e Vacchini tra il 1962 e il 1968.
Studiando i documenti, si percepisce come in quegli anni stava cambiando radicalmente l’attenzione verso i centri storici e la relazione tra nuovo, vecchio e antico. Oggi, senza una prospettiva storica, quelle scelte, tra slanci rivoluzionari e ingenuità puerili, potrebbero sembrare opera di talebani.
A quei tempi non c’era alcuna attenzione, alcun rispetto per questi nuclei abbandonati e fatiscienti; si consideravano solo i monumenti (le chiese) e, al massimo, le facciate che definivano strade importanti.
In quegli anni si sventravano gli edifici dei nuclei storici (classico l’esempio di Berna), e si progettava la sostituzione del Niederdorf di Zurigo con edifici ‘corbusiani’, sul modello del Plan Voisin.
Per capire l’attualità dei ‘piani tipologici’ si deve ricordare che la prima edizione del libro di Aldo Rossi L’architettura della città era del maggio 1966. Qualcuno aveva sentito parlare di Saverio Muratori* e dei suoi primi piani tipologici di Venezia (1959) e Roma (1963), ma soltanto nel 1973-74, quando Aldo Rossi era docente all’ETH-Z, i suoi studenti iniziarono i rilievi di molti villaggi ticinesi, documentati nel libro La costruzione del territorio nel Cantone Ticino (Fondazione Ticino Nostro 1979), realizzando i relativi piani tipologici.
Oggi fa specie constatare che nel piano tipologico di Bellinzona, erano stati rilevati solo gli edifici medievali. Edifici importanti come l’ottocentesco palazzo Monn, gli edifici ottocenteschi in Piazza Indipendenza e lungo il viale Stazione, la Banca Stato in piazza Collegiata e il palazzo che ospita il ristorante Corona (del trentennio) non sono stati ritenuti importanti né rilevati. Gli stessi oggetti non hanno trovato considerazione neanche nel progetto di PR; si sarebbero potuti sostituire, unica condizione il tetto a falde (naif). Era previsto di abbattere anche l’ottocentesco Teatro Sociale, da sostituire, in luogo de La Foca, con il palazzo del Partito Liberale Radicale.
Ciononostante il passo avanti è stato grande, perché per gli edifici che davano sulle strade principali si sarebbe dovuto rispettare e conservare l’intero impianto tipologico, e non solo la facciata.
Putroppo non è stata data la necessaria attenzione all’antica parcellizzazione e agli edifici – in parte secondari o cadenti – che rappresentavano gli embrioni di una densificazione in corso, in senso organico, all’interno delle mura. Si pensi in particolare alle aree della Cervia e di piazza Mercato.
Fantastico è il masterplan generale della città, conservato senza titolo nel Fondo Carloni dell’AAT, che cancella tutti gli edifici e i quartieri (per lo più ottocenteschi) al di fuori dalle mura medievali, per sostituirli con edifici del movimento moderno. Si tratta di disegni di quartieri molto attenti al mito nascente dell’automobile.
E oggi?
Le auto sono sempre più belle o dopate, sempre più care (in tutti i sensi) e sono dappertutto, se posteggiate, preferibilmente interrate.
Nelle aree lasciate libere dall’automobile, giardini con dentro ville, villini, casine, casette e palazzine che tentano di coprire autorimesse.
Tutta una periferia, che io definisco cancerogena, perché si sviluppa e si espande senza criterio.
Un proliferare di costruzioni disseminate senza ordine, né struttura, che occupa tutto ciò che non è montagna, bosco, fiumi e laghi, e invade anche i ‘centri’.
Tre i fattori che caratterizzano la periferia:
– una diversa parcellizzazione rispetto a quella che troviamo all’interno dei villaggi, borghi e città (antiche parcellizzazioni di prati, campi e pascoli smembrati da “geometri”, seduti a un tavolino, con l’utilizzo rudimentale di una squadra);
– un’infinità di normative edilizie, soprattutto di piani regolatori nati vecchi, presunte divine, assurde e inutili, che non hanno mai avuto alcuna relazione con modelli architettonici e/o urbanistici (normative di cui si evita di conoscerne l’origine);
– l’assenza di spazio pubblico, spazio privato e spazio intimo, soltanto aree pubbliche o aree private.
È strano che gli architetti non si rendano più conto della differenza che c’è tra ‘area’ e ‘spazio’.
Non c’è più città perché non ci sono più cittadini; siamo solo consumatori che producono, trasformano, promuovono e divorano.
Non c’è differenza strutturale tra una discarica di rifiuti, una periferia cancerogena e una megalopoli – eppure basterebbe camminare dentro questi territori, attraversare queste contraddizioni, per scoprire tracce, testimonianze e relazioni, sorprendenti, che permettono di pensare di ridisegnare il territorio, di disegnare la Città.
È questo quello che abbiamo previsto di fare nelle mattine di sabato dedicate alle passeggiate urbane. I primi quattro itinerari partono da Piazza del Sole: due verso sud e due verso nord, per ritrovarsi sulla golena del fiume Ticino e prendere la passerella del Bagno pubblico (architetti Galfetti, Ruchat e Trümpy), visitare la Scuola Media (ex-ginnasio, architetti Camenzind e Brocchi), percorrere via Vincenzo Vela, ammirare il Palazzo Fabrizia (architetti Snozzi e Vacchini) e il Palazzo della Società svizzera impresari costruttori (architetto Jäggli), e tornare sulla Piazza del Sole.
Gli altri due percorsi partono dalla Piazza del Sole per raggiungere la Piazza Grande di Giubiasco e capire che uso facciamo dell’automobile. Ecco l’intento di queste passeggiate.

Renato Magginetti architetto FAS, Bellinzona

La Nuova Bellinzona

(articolo pubblicato nel libro “Bellinzona Grand Tour, Edizioni Casagrande)

Tredici comuni aggregati, due borghi, undici villaggi e qualche nucleo dentro la periferia che è un proliferare di costruzioni disseminate senza ordine né struttura né criterio e che invade e annienta tutto ciò che non è montagna, bosco, fiume; annienta anche i “Centri”.
Bellinzona ha una storia ricca, anche per la sua posizione strategica; già al tempo dei Celti.
Con l’arrivo della ferrovia (1874-1882) aveva scoperto la modernità dell’Ottocento e si era data da fare per trasformare il borgo, fermo all’alto Medioevo, in una moderna città (processo che si è interrotto già allo scoppio della prima guerra mondiale).

Villaggi, borghi, città sono luoghi. Fino all’Ottocento avevano una forma organica, complementare e in contrapposizione con la campagna. Si distinguevano nel territorio e lo segnavano.
Si tratta di aree delimitate, dentro le quali gli edifici – uno vicino all’altro, spesso contigui – e i muri di cinta concorrono a definire: lo spazio intimo (certi orti e patii), lo spazio privato (corti, cortili, “giardini”), lo spazio pubblico.
Solitamente si parla di spazio pubblico (caratterizzato da edifici pubblici o monumenti, originariamente luogo di mercato e di scambio) solo all’interno della città; fuori si dovrebbe parlare di spazi aperti.
Ci sono solo tre tipi di spazio pubblico: la strada, la piazza, il parco; a condizione che le automobili e gli animali feroci siano banditi o subordinati alle persone.
Sono i ragazzi e i bambini che hanno il delicato compito di formare il tessuto sociale, ma lo possono fare solo quando hanno la libertà di giocare nello spazio pubblico.
Quando non c’è spazio di gioco, quando non c’è gioco, con le sue regole in perenne evoluzione, non c’è società. Dunque: società, gioco, spazio di gioco, spazio pubblico, città.
I cittadini abitano la città, i villani il villaggio, i contadini la fattoria, tutti gli altri la periferia.
Ma si può ancora parlare di città se non ci sono più cittadini ma solo consumatori (che consumano, producono, trasformano, promuovono mali di consumo)?
E c’è una vera differenza strutturale tra la periferia e la maggior parte dei tumori?

Sono tre i fattori che caratterizzano la “periferia cancerogena”:
– una diversa parcellizzazione rispetto a quella che troviamo all’interno di villaggi, borghi e città (con le antiche parcellizzazioni di prati, campi e pascoli smembrate a tavolino da “geometri”, tramite l’utilizzo, rudimentale, di una squadra);
– una infinità di normative edilizie – soprattutto di Piani Regolatori nati vecchi – presuntamente divine, assurde e inutili, che non hanno mai avuto alcuna relazione con modelli architettonici e urbanistici e di cui si evita di conoscere l’origine
e, nella periferia,
– non esiste spazio pubblico, spazio privato e spazio intimo ma solo area pubblica o area privata
(attenzione: c’è una grossa differenza tra area e spazio).

I quattro percorsi che proponiamo sono strutturati per attraversare queste contraddizioni e scoprire tracce, testimonianze, prospettive e relazioni sorprendenti, che permettono di ripensare il territorio e disegnare la Città.

I percorsi partono da Piazza del Sole; due verso sud, due verso nord, per ritrovarsi (dopo aver visto come si posteggiano le auto e contemplato le entrate alle autorimesse interrate) sulla golena del fiume Ticino e prendere, tutti assieme, la passerella del Bagno pubblico (architetti Galfetti, Ruchat e Trümpy), visitare la Scuola Media (ex-ginnasio, architetti Camenzind e Brocchi), percorrere via Vincenzo Vela, ammirare il Palazzo Fabrizia (architetti Snozzi e Vacchini) e il Palazzo della Società svizzera impresari costruttori (architetto Jäggli) e tornare sulla Piazza del Sole.
Sono un invito al confronto con Bellinzona rivolto a abitanti e viaggiatori provenienti da altre parti del mondo.

Renato Magginetti                             (3’778 battute, spazi compresi)

Figli dei piani quinquennali sovietici

(tesi presentata al dibattito nell’ambito della mostra “La città di Carloni-Snozzi-Vacchini”)

I nostri avi, contadini, una mucca e tre capre, conoscevano il loro territorio palmo per palmo e lo sapevano gestire.
Avevano imparato a costruire le case la dove non era possibile altro; ne prati, ne campi, ne pascoli, ne boschi. Avevano imparato a costruire le case una vicina all’altra attorno a spazi di scambio e di magia (luoghi molto belli e strategici); una vicina all’altra per proteggersi, e dal freddo d’inverno e dal caldo d’estate e per costruire spazio, pubblico, privato ed intimo, nei quali identificarsi e, attraverso i quali, comunicare. La campagna era preservata per motivi di sussistenza.
Molte città erano cintate da mura, per difendersi dalle bestie feroci e dagli attacchi di tribù ed eserciti nemici, ma era più importante l’aspetto simbolico: dentro o fuori, città o campagna.
La “città” (ma anche il borgo ed il villaggio) può crescere solo quando ci sono limiti precisi, ristretti che si ridefinivano, si ampliavano, solo quando la città aveva raggiunto la saturazione.
Da quando si è abbandonata la nozione di limite la città è persa, sciolta dentro il mare di periferia cancerogena che fagocita tutto.
Nell’800, con l’industrializzazione, la campagna perde la sua forza e si assiste ad un esodo verso la città. Spesso le mura cittadine vengono abbattute per costruire ampi e nuovi quartieri residenziali (800eschi). Un fenomeno che riscontriamo anche in Ticino: il Piano Rusca a Locarno, il Quartiere S. Giovanni e di via V. Vela a Bellinzona, figli del “Piano Cerdas” di Barcellona (peccato che i borghesi di Locarno e di B’zona di allora hanno preferito costruirci le loro ville autoreferenziali).
Parallelamente, in Ticino, osserviamo un altro fenomeno interessante: il raggruppamento dei terreni.
E’ un processo che ha risposto a due esigenze storiche. Ai tempi la gran parte dei terrazzi geomorfologici erano riservati alla campicoltura. Erano caratterizzati da parcelle molto lunghe e strette tipiche di quella società patriarcale e rurale imperniata sulla gerla.
Negli anni ’20 del secolo scorso, con l’introduzione del carro in agricoltura e con il proliferare degli edifici residenziali a pianta quadrata sul modello della villa (importati dagli emigrati di ritorno), si è reso necessario il raggruppamento dei terreni per costruire un reticolo di strade possibilmente ortogonale, spesso inserito con intelligenza contadina, sensibilità e rispetto nella topografia e nella morfologia del sito.
A partire dagli anni ’60 del secolo scorso, per contenere gli effetti più deleteri del boom edilizio di quegli anni sono stati introdotti i Piani Regolatori.
E’ uno strumento che è riuscito a limitare le altezze dei nuovi edifici che tendevano ad essere molto più alti delle costruzioni dei nuclei di villaggi, borghi e città, campanili compresi.
I PR non si sono posti il tema di limitare, ridurre, le aree edificabili anche perché, in Ticino, essendo la proprietà fondiaria molto frastagliata, era interesse di tutti avere terreni in zona edificabile da barattare per quattro soldi.
Di fatto una formidabile leva di ridistribuzione della ricchezza.
I PR si sono limitati a organizzare le proprietà fondiarie (private) e solo in funzione delle quantità.
Anche le attrezzature e gli edifici pubblici sono stati considerati solo in funzione delle quantità e confinati su terreni a basso costo (periferici) invece di pensarli come elementi strutturanti, emergenti in posizione di riferimento strategico.
Solo rarissimamente i PR si sono preoccupati degli spazi pubblici (in pratica: mai).
Si è sempre cercato di evitare il coinvolgimento della popolazione. La gestione dei PR è sempre stata confinata all’attenzione di pochi. Pochi politici e il tecnico (cioè il pianificatore), al servizio di poteri forti. Oggi io sono durissimo nei confronti dei pianificatori ai quali sono disposto a concedere un ruolo molto ridotto, limitato allo studio delle quantità (ricordo che sono figli INCONSAPEVOLI dei piani quinquennali sovietici e lì devono restare). Che bello se cominciassero davvero a calcolare le quantità!!
La storia degli ultimi 50 anni dimostra tutto il loro fallimento.

ReMa