{"id":1010,"date":"2020-04-22T10:50:14","date_gmt":"2020-04-22T08:50:14","guid":{"rendered":"http:\/\/www.bellinzonamasterplan.ch\/?page_id=1010"},"modified":"2020-11-11T10:20:42","modified_gmt":"2020-11-11T09:20:42","slug":"la-citta-di-carloni-snozzi-vacchini","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.bellinzonamasterplan.ch\/index.php\/la-citta-di-carloni-snozzi-vacchini\/","title":{"rendered":"La citt\u00e0 di Carloni-Snozzi-Vacchini"},"content":{"rendered":"\n<h1 class=\"wp-block-heading\">La citt\u00e0 di Carloni-Snozzi-Vacchini<\/h1>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter is-resized\"><a href=\"http:\/\/www.bellinzonamasterplan.ch\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/C-S.Bzona_.tipologico.1-500.corretto.jpg\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.bellinzonamasterplan.ch\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/C-S.Bzona_.tipologico.1-500.corretto.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1011\" width=\"3000\" height=\"1702\" srcset=\"https:\/\/www.bellinzonamasterplan.ch\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/C-S.Bzona_.tipologico.1-500.corretto.jpg 3000w, https:\/\/www.bellinzonamasterplan.ch\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/C-S.Bzona_.tipologico.1-500.corretto-300x170.jpg 300w, https:\/\/www.bellinzonamasterplan.ch\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/C-S.Bzona_.tipologico.1-500.corretto-768x436.jpg 768w, https:\/\/www.bellinzonamasterplan.ch\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/C-S.Bzona_.tipologico.1-500.corretto-1024x581.jpg 1024w\" sizes=\"auto, (max-width: 706px) 89vw, (max-width: 767px) 82vw, 740px\" \/><\/a><figcaption>1969: il piano tipologico di Bellinzona; \u00e8 il rilievo di tutte le case medievali del Centro Storico, o vecchio borgo. Il primo ad eseguire un piano tipologico fu l\u2019arch. e prof. Saverio Muratori* (1910-1973): Venezia (1959) e Roma (1963), * \u201cHo dovuto compiere notevolissima fatica per togliermi di dosso i luoghi comuni acquisiti come figlio del giovanile velleitarismo moderno; ho impiegato tutta l\u2019esperienza dai venti ai quarant\u2019anni per individuare i problemi non risolti della cultura attuale; dai quarant\u2019anni in poi, con lo studio del tessuto urbano di Venezia e di Roma, sono giunto a comprendere le leggi della tipicit\u00e0 delle forme urbane e della ciclicit\u00e0 del mondo della citt\u00e0, come quella dell\u2019uomo, ho impiegato altri dieci anni di lavoro sul quesito del territorio, e infine ho affrontato il problema dell\u2019autocoscienza, cio\u00e8 dell\u2019avventura della civilt\u00e0.\u201d * S.MURATORI, Architettura e civilt\u00e0 in crisi, Centro Studi di Storia Urbanistica, Roma 1962, p.27<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<a name=\"leggereilpiano\"><h2>Leggere il piano tipologico.<\/h2><\/a>\n<p>E\u2019 interessante perch\u00e9 s\u2019intuiscono molte cose:<br>\n<ul style=\"padding-left:15px;\"><li> Le mura della citt\u00e0, con la collina e la Rocca, danno origine alla forma del nucleo; e disegnano anche l\u2019esterno.<br>\n<li> Tre Porte, tre strade che formano una Y, all\u2019incrocio la Piazza Nosetto e il Palazzo Municipale<\/li>\n<li> Gli assi principali, la via Codeborgo e la via Camminata, successivamente il viale Stazione, corrono nord-sud di modo che le case si affacciano est-ovest e sono protette dal vento da nord. Lo stesso per il vicolo Muggiasca.<\/li>\n<li> La via Teatro corre est-ovest ma la Rocca, con Castelgrande, protegge dal vento da nord.<\/li>\n<li> Le case sul lato nord della via Teatro si affacciano a sud, ma sono protette dal sole da quelle sul lato sud.<\/li>\n<li> Le case sul lato sud della via Teatro si affacciano a nord; a sud il retro che d\u00e0 sui cortili.<\/li><\/ul>\nE\u2019 interessante leggere la zona della Cervia, tra via Camminata e la collina:<br>\nsi capisce che, in origine, c\u2019era l\u2019edificio, principale, con la facciata sulla strada, la via Camminata; dietro, fino alla collina, il giardino con frutteto, orto, ripari per galline, conigli, probabilmente anche maiali e qualche vacca.<br>\nSuccessivamente questi spazi sono stati riempiti con altre costruzioni, secondo logiche patriarcali.\n<br><br>\nGli edifici tra via Codeborgo e la collina, prima della costruzione del viale Stazione, avevano sicuramente la stessa logica.\n<br><br>\nEvidentemente le case ai piedi della Rocca si affacciano rispettivamente su via Codeborgo, via Nosetto, via Teatro e successivamente su Piazza Governo e via Orico, con gli spazi privati verso la Rocca.\n<br><br>\nInteressante, come suggerito dall\u2019arch. Luigi Snozzi (nel concorso di architettura per la Piazza del Sole), che ai piedi e tutt\u2019attorno alla Rocca si era formato uno zoccolo costituito da edifici abitativi. Altro il luogo per chiese, cappelle, oratori ed edifici pubblici (il Municipio).<br>\nLa maggior parte dei conventi si sono insediati fuori mura. <br>\nNon conosco la storia del convento dei Benedettini la cui chiesa, Santa Maria dello Spasimo (1578) \u00e8 stata sventrata per organizzare la Galleria dei Benedettini, (1896).<\/p>\n<!-- <a name=\"formabellinzona\"><h2 style=\"padding-bottom:0px;margin-bottom:0px\">Sulla forma di Bellinzona<\/h2>\n<h3 style=\"padding-top:0px;margin-top:0px\">Criticit\u00e0 e virt\u00f9 e del piano di protezione del centro storico di Carloni, Snozzi, Vacchini<\/h3><\/a>\nDi Valeria Lollobattista, architetto e dottoranda Universit\u00e0 Roma 3\n(pubblicato nel catalogo della mostra \u201cLa citt\u00e0 di Carloni-Snozzi-Vacchini)\n<br><br>\n{lat. <b>Forma,-ae<\/b>, f.<br>\n<p style=\"padding-left:1.5em\">1. forma, figura;<br>\n2. bellezza; statura;<br>\n3. disegno, pianta; schema; modello, stampo;<br>\n4. fig. tipo; genere; tipo ideale, modello; immagine; regola, norma;<br>\n5. term. geom., figura;<br>\n6. term. ret., genere; figura retorica;<br>\n7. term. gramm., forma grammaticale;<br>\n8. term. giuridico, legge, sentenza}<br><\/p>\n<a name=\"architetticitta\"><h2>Gli architetti e la citt\u00e0<\/h2><\/a>\n<p>Scrive Tita Carloni nel 1983 che \u201cil fatto di chinarsi sulle carte della citt\u00e0 e dei villaggi, di rilevare per esempio in scala 1:250 tutto il centro di Bellinzona, di stendere illusori piani regolatori avrebbe poi costituito un humus sul quale si sarebbe sviluppato negli anni \u201870 , grazie soprattutto ad altri sostanziali contributi, un modo nuovo di progettare, maggiormente attento ai rapporti pi\u00f9 vasti dell\u2019oggetto architettonico con il territorio che lo circonda\u201d.<br>\nCercando le origini di quella che nel tempo \u00e8 stata indicata come \u201carchitettura territoriale\u201d ticinese, Carloni ricorda la stagione a cavallo tra gli anni Cinquanta e la prima met\u00e0 dei Sessanta in cui diversi architetti ticinesi si misurano con la scala dei piani urbani. Rimanda con una certa nostalgia a un\u2019epoca in cui il lavoro dell\u2019architetto possedeva ancora deboli spartiacque disciplinari e spaziava frequentemente dalla pianificazione urbanistica alla progettazione del dettaglio architettonico con un elevato grado di autorialit\u00e0 e artigianalit\u00e0.<br>\nTra queste esperienze, emerge il piano di protezione del centro storico di Bellinzona, elaborato dallo stesso Tita Carloni, assieme a Luigi Snozzi e poi anche a Livio Vacchini, attraverso diverse tappe, tra il 1962 e il 1970. Si tratta del primo corposo campo di battaglia per la protezione dei nuclei storici in Ticino, e di una fruttuosa occasione di formazione, ricerca e sperimentazione per l\u2019architettura ticinese \u2013 nonostante gli sviluppi e le fortune contrastanti che, come si vedr\u00e0, hanno caratterizzato questa vicenda.<\/p>\n<a name=\"bellinzona1962\"><h2>Bellinzona 1962<\/h2><\/a>\n<p>All\u2019inizio degli anni Sessanta alcune iniziative private si accingevano ad intervenire sostanzialmente su diverse parti del centro storico di Bellinzona, e specialmente nel quartiere della Cervia.<br>\nA quell\u2019epoca il nucleo della citt\u00e0 presentava ancora in grandi linee la morfologia che lo aveva contraddistinto per secoli, fin dal suo sviluppo urbano risalente al XIV e XV secolo, conservando \u201dl\u2019iconografia tipica del borgo medievale accovacciato al piede di due colli, asserragliato nella possente cerchia delle cinte fortificate\u201d. Gli strumenti normativi di tutela di questa situazione erano per\u00f2 limitati, e si basavano su alcune leggi di carattere generale per la protezione delle bellezze naturali e dei monumenti storici, pensate per un Ticino ancora arcaico e statico nella sua realt\u00e0 territoriale, secondo un modello di tutela basato sull\u2019iscrizione in un catalogo di singoli monumenti qualificati per bellezza, rarit\u00e0 e antichit\u00e0. Esisteva un decreto del 1926 a protezione della zona dei castelli e delle mura di Bellinzona (estesa nel 1962 a tutto il centro storico), ma non esprimeva linee guida n\u00e9 concetti di tutela, demandando tutto a una valutazione caso per caso da parte delle autorit\u00e0.<br><br>\nCresceva per\u00f2 in quegli anni un interesse vivace nei confronti delle cose d\u2019arte e di antichit\u00e0, e del patrimonio urbano di Bellinzona in particolare, di cui lo storico e storico dell\u2019arte Virgilio Gilardoni fu uno dei principali animatori, anche assieme all\u2019amico architetto Tita Carloni. In particolare, si distacca il suo contributo per la costruzione di \u201cuna sua visione generale del Ticino, come territorio geografico, politico, culturale, iscritto nella grande arcata prealpina e alpina meridionale\u201d, di respiro pi\u00f9 ampio rispetto al concetto di patrimonio che ancora permeava le istituzioni e le normative vigenti.<br><br>\nPremessa necessaria \u00e8 anche il documento stilato nel 1962 dall\u2019ingegnere milanese Guido Colombo al margine dei suoi studi per il piano regolatore di Bellinzona e intitolato Il problema del \u201cprecinto storico\u201d di Bellinzona. Pur senza valore normativo, la relazione contiene indicazioni che anticipano le proposte sviluppate in seguito \u2013 quali il valore del nucleo storico nel suo insieme e delle caratteristiche spaziali planoaltimetriche, a partire dai volumi e dagli allineamenti stradali -, e rende esplicita la necessit\u00e0 di \u201ceffettuare un accurato censimento delle preesistenze monumentali ed ambientali, nonch\u00e9 una ricognizione della zona per individuare i punti di vista\u201d.<\/p>\n<a name=\"cronologiacontenuti\"><h2>Cronologia e contenuti<\/h2><\/a>\n<p>Tale ricognizione \u00e8 commissionata agli architetti Carloni e Snozzi nel novembre 1962, all\u2019epoca appena trentenni. Di fronte a prospettive di modificazione di proporzioni inedite, la strada \u00e8 tutta da tracciare, e appare necessaria la creazione di strumenti nuovi e sistematici. Tra i primi passi, vi \u00e8 l\u2019incarico ai due architetti di un\u2019indagine storico-artistica del tessuto antico in vista della protezione del nucleo, che sar\u00e0 consegnata dopo soltanto alcune settimane, basandosi esplicitamente sull\u2019<i>Inventario delle cose d\u2019arte e di antichit\u00e0<\/i> di Bellinzona di Virgilio Gilardoni. Come emerge dagli elaborati grafici e dal rapporto, l\u2019indagine si concentra sui singoli elementi di valore storico, come monumenti, chiese, facciate d\u2019interesse ambientale e dettagli architettonici; viene introdotto il concetto di paesaggio urbano, ma le intenzioni di tutela rimangono legate a una visione pittoresca attenta soprattutto agli scorci e alle viste panoramiche. Tra le intuizioni pi\u00f9 interessanti, va annoverato il riconoscimento dei cortili come elemento strutturante dell\u2019impianto urbano.<\/p>\n<p>Il rapporto si conclude rimandando alla necessit\u00e0 imminente di un piano particolareggiato, ma seguir\u00e0 un cammino tutt\u2019altro che lineare, fatto di incarichi sovrapposti, prove, compromessi, varianti, e incursioni alle scale pi\u00f9 ampie del territorio.<br>\nNe sono un esempio gli studi per lo sviluppo della collina di Artore (1964-67), tesi a inserire nel piano di protezione anche i valori paesaggistici-ambientali della zona collinare a est del nucleo urbano, e le numerose consulenze affidate soprattutto a Tita Carloni, chiamato a esprimersi caso per caso sulla congruit\u00e0 di un intervento, in mancanza di uno strumento legislativo adeguato. Tuttavia, il fatto stesso che questi lavori, frutto di incarichi diversi, siano conservati da Carloni negli stessi rotoli e scatole del centro storico (sotto l\u2019unica denominazione di <i>Piano di protezione del centro storico di Bellinzona<\/i>, o pi\u00f9 semplicemente <i>CS Bellinzona<\/i>) suggerisce l\u2019idea di uno sforzo generale attorno a questo tema. Ad ogni modo, il vero e proprio incarico per la redazione di un piano di protezione per il centro storico di Bellinzona arriva nel maggio del 1964, affidato agli architetti Carloni, Snozzi e Vacchini tramite mandato congiunto del Dipartimento delle pubbliche costruzioni del Canton ticino e del Municipio di Bellinzona. La sfida non \u00e8 semplice e coinvolge gli aspetti pratici delle pressioni speculative locali, e quelli teorici del restauro urbano, in quegli anni al centro del dibattito europeo e soprattutto italiano. Come si protegge un centro storico? Com\u2019\u00e8 fatto un piano di protezione? Qual \u00e8, concretamente, il suo oggetto?<\/p>\n<p>In un\u2019intervista retrospettiva del 2011, lo stesso Carloni confessa i propri limiti di allora e quelli dei suoi giovani colleghi, parlando dell\u2019approccio al tema dei centri storici come di un\u2019occasione di apprendimento \u201cper tre tipi che si divertivano e imparavano\u201d. Ricorda in quel periodo una rinnovata apertura verso l\u2019Italia, menzionando la curiosit\u00e0 per i lavori di Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Manfredo Tafuri, Carlo Aymonino, e i pi\u00f9 anziani Saverio Muratori, Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi, che nelle universit\u00e0 italiane avevano iniziato a studiare la storia delle citt\u00e0, la morfologia urbana e le tipologie edilizie. Sostiene che questo interesse era sorto durante l\u2019esperienza dell\u2019Expo di Losanna (1961-64), quando aveva avuto occasione di pensare che \u201cin Svizzera, le buone, sane, vecchie correnti della modernit\u00e0, all\u2019inizio degli anni Sessanta, stavano esaurendosi\u201d. Nuovi stimoli arrivavano su pi\u00f9 fronti, tra cui certamente gli studi italiani di Mario Botta, gi\u00e0 collaboratore di Tita Carloni quando frequentava l\u2019universit\u00e0 a Venezia e si laureava con Carlo Scarpa proprio grazie a un progetto di ristrutturazione urbana a Bellinzona.<br>\nLe relazioni con la cultura italiana appaiono molteplici e molte ancora da approfondire, come la partecipazione di alcuni ticinesi alle scuole estive del CIAM presso lo IUAV di Venezia. In un contesto professionale ricco, dinamico e lontano dalla dimensione accademica come quello ticinese degli anni Sessanta, sembra particolarmente fruttuoso indagare la complessit\u00e0 delle relazioni, pi\u00f9 che ricercare filiazioni culturali perfette. Si individua infatti un atteggiamento inclusivo dell\u2019architettura ticinese, legato alla possibilit\u00e0 offerta dalla distanza geografica e culturale di attingere liberamernte da idee anche diverse, senza la necessit\u00e0 di schierarsi e senza particolare differenza per le disquisizioni e le contrapposizioni culturali che in altri ambiti appaiono incolmabili.<\/p>\n<p>In questo senso, il piano di protezione di Carloni, Snozzi, Vacchini \u00e8 interessante soprattutto in quanrto occasione che contribuisce a dischiudere un mondo d\u2019interesse e di ricerca, e a trasportare nel Cantone molti contenuti della cultura architettonica contemporanea, sperimentandoli e interpretandoli con l\u2019originalit\u00e0 che appartiene a un contesto fisico, culturale e professionale diverso.<br>\nGli studi su Bellinzona accolgono i temi della morfologia urbana, e iniziano a rivolgersi all\u2019impianto della citt\u00e0 \u2013 o struttura urbana \u2013 quale oggetto di tutela. Contestualmente, introducono il concetto di \u201ccrosta edilizia\u201d lungo le contrade, non limitata ai singoli edifici o alle sole facciate, ma dotata di un certo spessore e soprattutto di una funzione coerente con gli aspetti della tipologia. In realt\u00e0, l\u2019interesse per la consistenza edilizia sfocia in una ricerca architettonica che supera i confini degli obiettivi contingenti del piano, e d\u00e0 vita sul finire del 1966 a una serie di rilievi estesi a tutti i livelli del nucleo medievale \u2013 dalle cantine ai soffitti - come amavano ripetere gli autori. Con l\u2019aiuto operativo dei collaboratori Henk Bok e Giuseppe Silvestro, le minute dei rilievi si trasformano dapprima in dettagliate schede dei singoli edifici in scala 1:250, e poi in grandi tavole tipologiche in scala 1:500 dei diversi livelli del centro storico.<br>\nOltre a fornire una base tangibile per capire come operare su Bellinzona, \u00e8 un modo per studiare le regole della citt\u00e0 medievale: i suoi spazi urbani, le sue tipologie e i suoi modi di aggregazione.<\/p>\n<p>I rilievi sono solo una parte del materiale consegnato dagli architetti nel 1968 (e oggetto di revisioni con l\u2019ufficio comunale fino al 1970), che comprende una serie di elaborati sia analitici che normativi. Tra questi si trovano i piani di dettaglio di ciascun comparto della citt\u00e0 \u2013 i leporelli - , che ne fotografano lo stato di fatto (dalla situazione fondiaria a quella socio-economica), ne classificano i valori storico-artistici, definiscono aree, tipi, regole e modalit\u00e0 d\u2019intervento, e infine propongono un possibile schema planivolumetrico della sistemazione della zona. Sono numerosissimi gli studi e le varianti che portano a tali proposte di assetto, ed essi mostrano una delle caratteristiche principali e peculiari del piano di Bellinzona e di alcune successive esperienze in Ticino: un modo forse immaturo, ma estremamente concreto di intendere il piano urbano, tutto elaborato attraverso lo studio delle forme, dello spazio, dei paesaggi e delle loro modificazioni \u2013 ad altezza d\u2019uomo.<\/p>\n<a name=\"esitiederedita\"><h2>Esiti ed eredit\u00e0 del piano<\/h2><\/a>\n<p>Il piano di protezione del centro storico di Bellinzona \u00e8 stato inizialmente accolto con favore dalla critica e dall\u2019opinione pubblica, ma successivamente messo da parte e talvolta anche accusato di aver giustificato interventi dannosi e trascurato il tessuto ottocentesco della citt\u00e0, limitandosi in questo ambito a esemplificare volumetricamente le possibilit\u00e0 concesse dalla normativa vigente. Lo stesso Luigi Snozzi lo ha definito in alcune occasioni il \u201cpeggior piano immaginabile\u201d \u2013 anche se occorre osservare che lo fa sempre strumentalmente, per rivendicare l\u2019autonomia del processo progettuale rispetto alla fase dell\u2019analisi, sfruttando l\u2019argomento che ad analisi approfondite non seguono necessariamente validi progetti.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, il piano non entr\u00f2 mai in vigore come strumento legislativo, e tuttavia \u00e8 stato detto che ha legittimato de facto numerose demolizioni nel nucleo storico di Bellinzona, per la sua natura permissiva. Il piano studiava infatti la situazione corrente, al fine di stabilire quali porzioni di tessuto urbano erano meritevoli di essere conservate e quali invece si sarebbero potute rimuovere alla ricerca di un valido compromesso tra la salvaguardia dei valori ambientali e un aggiornamento igienico e funzionale della citt\u00e0 storica, oltre agli interessi dei proprietari degli immobili e degli operatori economici. Agli occhi di chi guardava all\u2019esperienza di quel piano soltanto dieci anni dopo, questo approccio \u00e8 sembrato inaccettabile e perfino colpevole, essendosi rapidamente spostata la coscienza collettiva in fatto di patrimonio edilizio e urbano verso posizioni diffusamente conservative. Negli anni Settanta, anche in Ticino, i tessuti storici avevano gi\u00e0 assunto un valore sociale, estetico, turistico ed economico inedito fomentato da un veemente dibattito internazionale che aveva avuto il suo centro propulsore in Italia: gli articoli, i convegni, i libri e le sperimentazioni, sia accademiche che di pianificazione. Diversamente, negli anni Sessanta scarseggiavano ancora i riferimenti legislativi e culturali al livello della popolazione, dell\u2019amministrazione e perfino dei tecnici deputati a progettare gli interventi; sono molti per\u00f2 i progressi oggettivi operati dal piano di Bellinzona nella considerazione e valorizzazione dei tessuti storici all\u2019interno del contesto ticinese.<br>\nInoltre \u00e8 da considerare che non tutto \u00e8 imputabile al piano, e che le indicazioni dei suoi autori \u2013 gi\u00e0 frutto di molti compromessi necessari affinch\u00e9 il lavoro vedesse la luce -, sono state in diversi casi anche disattese.<\/p>\n<p>Gli esiti immediati non esauriscono comunque il lascito di questa esperienza Resta infatti anche la ricerca, che ha portato gli autori del piano a confrontarsi con il dibattito con il dibattito internazionale e particolarmente italiano. Rimangono gli apprendimenti, la formazione e l\u2019innesco di ragionamenti che si ritrovano in altri momenti e in altre forme lungo la carriera degli architetti, come a Monte Carasso, dove il discorso sulla forma della citt\u00e0 riappare assimilato e interpretato con autonomia da Luigi Snozzi. Dei molti studi e varianti, rimane infine un approccio singolare al piano di conservazione, tutto progettuale e concreto, sviluppato proprio laddove mancavano le consuetudini operative e normative che si cristallizzano invece negli anni a venire. Da allora sono state moltissime le conquiste culturali e legislative, eppure si riconosce ancora qualcosa di vitale e ispiratore in un piano elaborato con gli strumenti dell\u2019architetto, attraverso innumerevoli varianti di assetti planivolumetrici, che s\u2019interrogano senza pregiudizi sui valori degli spazi della citt\u00e0 storica e sulle necessit\u00e0 del contemporaneo.<\/p> -->\n<p style=\"text-align: left;\"><a href=\"http:\/\/www.bellinzonamasterplan.ch\/master-plan-1-10000-1\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-1007 size-full\" src=\"http:\/\/www.bellinzonamasterplan.ch\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/Centro-Storico.Bzona_.C.S.V-ridotta.jpg\" alt=\"\" width=\"2250\" height=\"3117\"><\/a><\/p>\n<a name=\"seipercorsi\"><h2>Sei percorsi urbani per conoscere la citt\u00e0<\/h2><\/a>\n<p><span style=\"color: #999999;\">(pubblicato nel catalogo della mostra \u201cLa citt\u00e0 di Carloni-Snozzi-Vacchini&#8221;)<\/span><\/p>\n<p>Sono arrivato a Zurigo con la mentalit\u00e0 del ginnasiale; di parlare con i professori neanche l\u2019idea.<br>\nNel laboratorio di modellismo ho imparato che c\u2019erano i lavori degli studenti di Aldo Rossi, quelli degli studenti di Luigi Snozzi e poi quelli di tutti gli altri.<br>\nIl professor Kramel, di costruzione, mi ha aperto il cranio e ha fatto pulizia di primavera; e per fortuna <span style=\"color: blue;\">c\u2019era<\/span> l\u2019assistente di architettura, perch\u00e9 il professor H\u00f6sli mi voleva bocciare. Alla fine del secondo semestre, un compagno mi ha portato a vedere l\u2019esposizione degli studenti di Luigi Snozzi, per cui l\u2019anno successivo ho seguito tutte le sue lezioni e i lavori dei suoi: progettavano Bellinzona, stravedevo.<br>\n\u00c8 li che ho scoperto il piano tipologico della citt\u00e0 &#8211; ho ancora un controlucido del piano terra -, e recentemente mi sono messo alla ricerca dei documenti originali; non sapevo che erano stati realizzati nell\u2019ambito dello studio per il Piano di protezione del centro storico di Bellinzona, svolto dagli architetti Carloni, Snozzi e Vacchini tra il 1962 e il 1968.<br>\nStudiando i documenti, si percepisce come in quegli anni stava cambiando radicalmente l\u2019attenzione verso i centri storici e la relazione tra nuovo, vecchio e antico. Oggi, senza una prospettiva storica, quelle scelte, tra slanci rivoluzionari e ingenuit\u00e0 puerili, potrebbero sembrare opera di talebani.<br>\nA quei tempi non c\u2019era alcuna attenzione, alcun rispetto per questi nuclei abbandonati e fatiscienti; si consideravano solo i monumenti (le chiese) e, al massimo, le facciate che definivano strade importanti.<br>\nIn quegli anni si sventravano gli edifici dei nuclei storici (classico l\u2019esempio di Berna), e si progettava la sostituzione del Niederdorf di Zurigo con edifici \u2018corbusiani\u2019, sul modello del Plan Voisin.<br>\nPer capire l\u2019attualit\u00e0 dei \u2018piani tipologici\u2019 si deve ricordare che la prima edizione del libro di Aldo Rossi <i>L\u2019architettura della citt\u00e0<\/i> era del maggio 1966. Qualcuno aveva sentito parlare di Saverio Muratori* e dei suoi primi piani tipologici di Venezia (1959) e Roma (1963), ma soltanto nel 1973-74, quando Aldo Rossi era docente all\u2019ETH-Z, i suoi studenti iniziarono i rilievi di molti villaggi ticinesi, documentati nel libro <i>La costruzione del territorio nel Cantone Ticino<\/i> (Fondazione Ticino Nostro 1979), realizzando i relativi piani tipologici.<br>\nOggi fa specie constatare che nel piano tipologico di Bellinzona, erano stati rilevati solo gli edifici medievali. Edifici importanti come l\u2019ottocentesco palazzo Monn, gli edifici ottocenteschi in Piazza Indipendenza e lungo il viale Stazione, la Banca Stato in piazza Collegiata e il palazzo che ospita il ristorante Corona (del trentennio) non sono stati ritenuti importanti n\u00e9 rilevati. Gli stessi oggetti non hanno trovato considerazione neanche nel progetto di PR; si sarebbero potuti sostituire, unica condizione il tetto a falde (naif). Era previsto di abbattere anche l\u2019ottocentesco Teatro Sociale, da sostituire, in luogo de La Foca, con il palazzo del Partito Liberale Radicale.<br>\nCiononostante il passo avanti \u00e8 stato grande, perch\u00e9 per gli edifici che davano sulle strade principali si sarebbe dovuto rispettare e conservare l\u2019intero impianto tipologico, e non solo la facciata.<br>\nPutroppo non \u00e8 stata data la necessaria attenzione all\u2019antica parcellizzazione e agli edifici &#8211; in parte secondari o cadenti &#8211; che rappresentavano gli embrioni di una densificazione in corso, in senso organico, all\u2019interno delle mura. Si pensi in particolare alle aree della Cervia e di piazza Mercato.<br>\nFantastico \u00e8 il masterplan generale della citt\u00e0, conservato senza titolo nel Fondo Carloni dell\u2019AAT, che cancella tutti gli edifici e i quartieri (per lo pi\u00f9 ottocenteschi) al di fuori dalle mura medievali, per sostituirli con edifici del movimento moderno. Si tratta di disegni di quartieri molto attenti al mito nascente dell\u2019automobile.<br>\nE oggi?<br>\nLe auto sono sempre pi\u00f9 belle o dopate, sempre pi\u00f9 care (in tutti i sensi) e sono dappertutto, se posteggiate, preferibilmente interrate.<br>\nNelle aree lasciate libere dall\u2019automobile, giardini con dentro ville, villini, casine, casette e palazzine che tentano di coprire autorimesse.<br>\nTutta una periferia, che io definisco cancerogena, perch\u00e9 si sviluppa e si espande senza criterio.<br>\nUn proliferare di costruzioni disseminate senza ordine, n\u00e9 struttura, che occupa tutto ci\u00f2 che non \u00e8 montagna, bosco, fiumi e laghi, e invade anche i \u2018centri\u2019.<br>\nTre i fattori che caratterizzano la periferia:<br>\n&#8211; una diversa parcellizzazione rispetto a quella che troviamo all\u2019interno dei villaggi, borghi e citt\u00e0 (antiche parcellizzazioni di prati, campi e pascoli smembrati da \u201cgeometri\u201d, seduti a un tavolino, con l\u2019utilizzo rudimentale di una squadra);<br>\n&#8211; un\u2019infinit\u00e0 di normative edilizie, soprattutto di piani regolatori nati vecchi, presunte divine, assurde e inutili, che non hanno mai avuto alcuna relazione con modelli architettonici e\/o urbanistici\n(normative di cui si evita di conoscerne l\u2019origine);<br>\n&#8211; l\u2019assenza di spazio pubblico, spazio privato e spazio intimo, soltanto aree pubbliche o aree private.<br>\n\u00c8 strano che gli architetti non si rendano pi\u00f9 conto della differenza che c\u2019\u00e8 tra \u2018area\u2019 e \u2018spazio\u2019.<br>\nNon c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 citt\u00e0 perch\u00e9 non ci sono pi\u00f9 cittadini; siamo solo consumatori che producono, trasformano, promuovono e divorano.<br>\nNon c\u2019\u00e8 differenza strutturale tra una discarica di rifiuti, una periferia cancerogena e una megalopoli &#8211; eppure basterebbe camminare dentro questi territori, attraversare queste contraddizioni, per scoprire tracce, testimonianze e relazioni, sorprendenti, che permettono di pensare di ridisegnare il territorio, di disegnare la Citt\u00e0.<br>\n\u00c8 questo quello che abbiamo previsto di fare nelle mattine di sabato dedicate alle passeggiate urbane. I primi quattro itinerari partono da Piazza del Sole: due verso sud e due verso nord, per ritrovarsi sulla golena del fiume Ticino e prendere la passerella del Bagno pubblico (architetti Galfetti, Ruchat e Tr\u00fcmpy), visitare la Scuola Media (ex-ginnasio, architetti Camenzind e Brocchi), percorrere via Vincenzo Vela, ammirare il Palazzo Fabrizia (architetti Snozzi e Vacchini) e il Palazzo della Societ\u00e0 svizzera impresari costruttori (architetto J\u00e4ggli), e tornare sulla Piazza del Sole.<br>\nGli altri due percorsi partono dalla Piazza del Sole per raggiungere la Piazza Grande di Giubiasco e capire che uso facciamo dell\u2019automobile. Ecco l\u2019intento di queste passeggiate.<br><\/p>\n<p>Renato Magginetti architetto FAS, Bellinzona<\/p>\n<a name=\"neobelli\"><h2>La Nuova Bellinzona<\/h2><\/a>\n<p><span style=\"color: #999999;\">(articolo pubblicato nel libro \u201cBellinzona Grand Tour, Edizioni Casagrande)<\/span><\/p>\n<p>Tredici comuni aggregati, due borghi, undici villaggi e qualche nucleo dentro la periferia che \u00e8 un proliferare di costruzioni disseminate senza ordine n\u00e9 struttura n\u00e9 criterio e che invade e annienta tutto ci\u00f2 che non \u00e8 montagna, bosco, fiume; annienta anche i \u201cCentri\u201d.<br>\nBellinzona ha una storia ricca, anche per la sua posizione strategica; gi\u00e0 al tempo dei Celti.<br>\nCon l\u2019arrivo della ferrovia (1874-1882) aveva scoperto la modernit\u00e0 dell\u2019Ottocento e si era data da fare per trasformare il borgo, fermo all\u2019alto Medioevo, in una moderna citt\u00e0 (processo che si \u00e8 interrotto gi\u00e0 allo scoppio della prima guerra mondiale).<\/p>\n<p>Villaggi, borghi, citt\u00e0 sono luoghi. Fino all\u2019Ottocento avevano una forma organica, complementare e in contrapposizione con la campagna. Si distinguevano nel territorio e lo segnavano.<br>\nSi tratta di aree delimitate, dentro le quali gli edifici \u2013 uno vicino all\u2019altro, spesso contigui \u2013 e i muri di cinta concorrono a definire: lo spazio intimo (certi orti e patii), lo spazio privato (corti, cortili, \u201cgiardini\u201d), lo spazio pubblico.<br>\nSolitamente si parla di spazio pubblico (caratterizzato da edifici pubblici o monumenti, originariamente luogo di mercato e di scambio) solo all\u2019interno della citt\u00e0; fuori si dovrebbe parlare di spazi aperti.<br>\nCi sono solo tre tipi di spazio pubblico: la strada, la piazza, il parco; a condizione che le automobili e gli animali feroci siano banditi o subordinati alle persone.<br>\nSono i ragazzi e i bambini che hanno il delicato compito di formare il tessuto sociale, ma lo possono fare solo quando hanno la libert\u00e0 di giocare nello spazio pubblico.<br>\nQuando non c\u2019\u00e8 spazio di gioco, quando non c\u2019\u00e8 gioco, con le sue regole in perenne evoluzione, non c\u2019\u00e8 societ\u00e0. Dunque: societ\u00e0, gioco, spazio di gioco, spazio pubblico, citt\u00e0.<br>\nI cittadini abitano la citt\u00e0, i villani il villaggio, i contadini la fattoria, tutti gli altri la periferia.<br>\nMa si pu\u00f2 ancora parlare di citt\u00e0 se non ci sono pi\u00f9 cittadini ma solo consumatori (che consumano, producono, trasformano, promuovono mali di consumo)?<br>\nE c\u2019\u00e8 una vera differenza strutturale tra la periferia e la maggior parte dei tumori?<\/p>\n<p>Sono tre i fattori che caratterizzano la \u201cperiferia cancerogena\u201d:<br>\n&#8211; una diversa parcellizzazione rispetto a quella che troviamo all\u2019interno di villaggi, borghi e citt\u00e0 (con le antiche parcellizzazioni di prati, campi e pascoli smembrate a tavolino da \u201cgeometri\u201d, tramite l\u2019utilizzo, rudimentale, di una squadra);<br>\n&#8211; una infinit\u00e0 di normative edilizie \u2013 soprattutto di Piani Regolatori nati vecchi \u2013 presuntamente divine, assurde e inutili, che non hanno mai avuto alcuna relazione con modelli architettonici e urbanistici e di cui si evita di conoscere l\u2019origine<br>\ne, nella periferia,<br>\n&#8211; non esiste spazio pubblico, spazio privato e spazio intimo ma solo area pubblica o area privata<br>\n(attenzione: c\u2019\u00e8 una grossa differenza tra area e spazio).<\/p>\n<p>I quattro percorsi che proponiamo sono strutturati per attraversare queste contraddizioni e scoprire tracce, testimonianze, prospettive e relazioni sorprendenti, che permettono di ripensare il territorio e disegnare la Citt\u00e0.<\/p>\n<p>I percorsi partono da Piazza del Sole; due verso sud, due verso nord, per ritrovarsi (dopo aver visto come si posteggiano le auto e contemplato le entrate alle autorimesse interrate) sulla golena del fiume Ticino e prendere, tutti assieme, la passerella del Bagno pubblico (architetti Galfetti, Ruchat e Tr\u00fcmpy), visitare la Scuola Media (ex-ginnasio, architetti Camenzind e Brocchi), percorrere via Vincenzo Vela, ammirare il Palazzo Fabrizia (architetti Snozzi e Vacchini) e il Palazzo della Societ\u00e0 svizzera impresari costruttori (architetto J\u00e4ggli) e tornare sulla Piazza del Sole.<br>\nSono un invito al confronto con Bellinzona rivolto a abitanti e viaggiatori provenienti da altre parti del mondo.<\/p>\n<p>Renato Magginetti&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;(3\u2019778 battute, spazi compresi)<\/p>\n<a name=\"figlipianisovietici\"><h2>Figli dei piani quinquennali sovietici<\/h2><\/a>         \n<p><span style=\"color: #999999;\">(tesi presentata al dibattito nell\u2019ambito della mostra \u201cLa citt\u00e0 di Carloni-Snozzi-Vacchini\u201d)<\/span><\/p>\n<p>I nostri avi, contadini, una mucca e tre capre, conoscevano il loro territorio palmo per palmo e lo sapevano gestire.<br>\nAvevano imparato a costruire le case la dove non era possibile altro; ne prati, ne campi, ne pascoli, ne boschi. Avevano imparato a costruire le case una vicina all\u2019altra attorno a spazi di scambio e di magia (luoghi molto belli e strategici); una vicina all\u2019altra per proteggersi, e dal freddo d\u2019inverno e dal caldo d\u2019estate e per costruire spazio, pubblico, privato ed intimo, nei quali identificarsi e, attraverso i quali, comunicare. La campagna era preservata per motivi di sussistenza.<br>\nMolte citt\u00e0 erano cintate da mura, per difendersi dalle bestie feroci e dagli attacchi di trib\u00f9 ed eserciti nemici, ma era pi\u00f9 importante l\u2019aspetto simbolico: dentro o fuori, citt\u00e0 o campagna.<br>\nLa \u201ccitt\u00e0\u201d (ma anche il borgo ed il villaggio) pu\u00f2 crescere solo quando ci sono limiti precisi, ristretti che si ridefinivano, si ampliavano, solo quando la citt\u00e0 aveva raggiunto la saturazione.<br>\nDa quando si \u00e8 abbandonata la nozione di limite la citt\u00e0 \u00e8 persa, sciolta dentro il mare di periferia cancerogena che fagocita tutto.<br>\nNell\u2019800, con l\u2019industrializzazione, la campagna perde la sua forza e si assiste ad un esodo verso la citt\u00e0. Spesso le mura cittadine vengono abbattute per costruire ampi e nuovi quartieri residenziali (800eschi). Un fenomeno che riscontriamo anche in Ticino: il Piano Rusca a Locarno, il Quartiere S. Giovanni e di via V. Vela a Bellinzona, figli del \u201cPiano Cerdas\u201d di Barcellona (peccato che i borghesi di Locarno e di B\u2019zona di allora hanno preferito costruirci le loro ville autoreferenziali).<br>\nParallelamente, in Ticino, osserviamo un altro fenomeno interessante: il raggruppamento dei terreni.<br>\nE\u2019 un processo che ha risposto a due esigenze storiche. Ai tempi la gran parte dei terrazzi geomorfologici erano riservati alla campicoltura. Erano caratterizzati da parcelle molto lunghe e strette tipiche di quella societ\u00e0 patriarcale e rurale imperniata sulla gerla.<br>\nNegli anni \u201920 del secolo scorso, con l\u2019introduzione del carro in agricoltura e con il proliferare degli edifici residenziali a pianta quadrata sul modello della villa (importati dagli emigrati di ritorno), si \u00e8 reso necessario il raggruppamento dei terreni per costruire un reticolo di strade possibilmente ortogonale, spesso inserito con intelligenza contadina, sensibilit\u00e0 e rispetto nella topografia e nella morfologia del sito.<br>\nA partire dagli anni \u201960 del secolo scorso, per contenere gli effetti pi\u00f9 deleteri del boom edilizio di quegli anni sono stati introdotti i Piani Regolatori.<br>\nE\u2019 uno strumento che \u00e8 riuscito a limitare le altezze dei nuovi edifici che tendevano ad essere molto pi\u00f9 alti delle costruzioni dei nuclei di villaggi, borghi e citt\u00e0, campanili compresi.<br>\nI PR non si sono posti il tema di limitare, ridurre, le aree edificabili anche perch\u00e9, in Ticino, essendo la propriet\u00e0 fondiaria molto frastagliata, era interesse di tutti avere terreni in zona edificabile da barattare per quattro soldi.<br>\nDi fatto una formidabile leva di ridistribuzione della ricchezza.<br>\nI PR si sono limitati a organizzare le propriet\u00e0 fondiarie (private) e solo in funzione delle quantit\u00e0.<br>\nAnche le attrezzature e gli edifici pubblici sono stati considerati solo in funzione delle quantit\u00e0 e confinati su terreni a basso costo (periferici) invece di pensarli come elementi strutturanti, emergenti in posizione di riferimento strategico.<br>\nSolo rarissimamente i PR si sono preoccupati degli spazi pubblici (in pratica: mai).<br>\nSi \u00e8 sempre cercato di evitare il coinvolgimento della popolazione. La gestione dei PR \u00e8 sempre stata confinata all\u2019attenzione di pochi. Pochi politici e il tecnico (cio\u00e8 il pianificatore), al servizio di poteri forti. \nOggi io sono durissimo nei confronti dei pianificatori ai quali sono disposto a concedere un ruolo molto ridotto, limitato allo studio delle quantit\u00e0 (ricordo che sono figli INCONSAPEVOLI dei piani quinquennali sovietici e l\u00ec devono restare). Che bello se cominciassero davvero a calcolare le quantit\u00e0!!<br>\nLa storia degli ultimi 50 anni dimostra tutto il loro fallimento.<\/p>\n<p>ReMa<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La citt\u00e0 di Carloni-Snozzi-Vacchini Leggere il piano tipologico. E\u2019 interessante perch\u00e9 s\u2019intuiscono molte cose: Le mura della citt\u00e0, con la collina e la Rocca, danno origine alla forma del nucleo; e disegnano anche l\u2019esterno. 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